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‘Ndrangheta e Juventus, il boss Dominello: “Agnelli non c’entra”

29 marzo 2017 Cronaca Notizie Sport


‘Ndrangheta e Juventus, il boss dice: “Agnelli non c’entra. Mio figlio riceveva i biglietti semplicemente perché era il referente di un gruppo di tifosi. Non era un boss. Non lo è mai stato”. 

Il rosarnese Saverio Dominello si dissocia dai clan e allontana le ombre dal presidente bianconero: “Mio figlio Rocco – ha detto nel corso dell’udienza preliminare in scena nella maxi aula del tribunale di Torino in merito all’inchiesta “‘Ndrangheta nel Nord-Est” – neanche sapeva che avessi a che fare con le cosche. Era solo il referente di un gruppo di tifosi”.

Le parole di Dominello hanno l’effetto di una bomba in un processo che vede alla sbarra 23 imputati per una quantità di reati tipici del tran tran delle cosche (estorsioni, incendi, danneggiamenti, minacce) più un risvolto che riguarda il calcio: l’ingresso del figlio Rocco, 41 anni, nell’ambiente della tifoseria bianconera – secondo le accuse – per accaparrarsi il business del bagarinaggio.

È stato Rocco, per il tramite di un ex capo ultras, a entrare in contatto con i vertici della Juventus. «Mio figlio – ha voluto precisare Saverio – riceveva i biglietti semplicemente perché era il referente di un gruppo di tifosi. Non era un boss. Non lo è mai stato».

A carico dei dirigenti della Juventus e dello stesso Agnelli, che nega qualsiasi contatto con Dominello, non sono state mosse accuse da parte della magistratura. È però aperto un procedimento della giustizia sportiva. «È solo per il nome che porto – dice Saverio Dominello – che si parla di questo argomento. Ma né Rocco né gli altri miei figli sapevano che io fossi legato alla ‘ndrangheta.

E mi dispiace per loro, che stanno patendo a causa mia». Saverio racconta di essere stato legato al clan dei Pesce ma di avere deciso di sganciarsi nel 2012. Andò anche a Rosarno per comunicarlo ai suoi referenti. Da oggi è un “dissociato”. Ma non un pentito, «perché di nomi non ne ho fatti e non ne farò».

«La ‘ndrangheta mi fa schifo – afferma – ed essere uno ‘ndranghetista, per me, è un marchio infamante. Mi dissocio per i miei figli, per la mia famiglia. Se ho paura? Non per me. In questo momento sono libere solo le donne. E gli uomini d’onore, se sono davvero tali, le donne non le toccano».

Oggi ha anche ammesso di essere coinvolto in uno degli episodi piu’ gravi di “Alto Piemonte”, il tentato omicidio dell’autotrasportatore Antonio Tedesco, accoltellato a Volpiano il 23 luglio 2014 per questioni legate alla gestione di un night club. «Sono l’esecutore, non il mandante. E Rocco non c’entra».

(fonte ansa)


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