Diretta

Live onair

Traccia corrente

Titolo

Artista

Show attuale

Power Hit

10:00 13:59

Show attuale

Power Hit

10:00 13:59

Background

L’ultima corsa, di Simone Lentini

Scritto da il 12 Marzo 2020

Pronti Via. 

Sapevamo che dovevamo farci trovare pronti ma la brutalità di quel momento ci colse tutti impreparati. 

Come un fluido venimmo trascinati verso un canale molto stretto. Un’ondata di calore e strani esseri mietevano già migliaia di vittime. La velocità degli eventi e la necessità di sopravvivere non ti davano la possibilità di cogliere l’intensità macabra della situazione.

La ferocia dell’attimo ci trasformava in bestie fuori di senno.

Tutt’attorno la morte era l’unico scenario plausibile.

Molti per sfinimento si fermavano e morivano senza neanche la forza di un ultimo spasmo.

Io andavo avanti. Come una furia cieca percepivo un richiamo energetico che mi indicava la strada.

Gli sbalzi termici, qualora avessi sbagliato zona mi avrebbero fatto fuori in un niente.

Non ci avevano dato nessuna scelta, eravamo al posto sbagliato al momento sbagliato. 

Quel rumore, quegli smottamenti improvvisi, quella strana tempesta di fluidi e la violenza di quella partenza obbligata mi avevano fatto capire che tutti dovevano morire affinché solo uno potesse sopravvivere. E quell’unico dovevo essere io.

Percepii un’atavica freschezza che mi permise, davanti ad una muraglia viscida e piena di quelle strane creature che ci fagocitavano, di arrivare agevolmente sino alla cima. 

Non potevo esserne certo ma era come se le migliaia di morti ci trasferissero la loro forza.

Eravamo ancora tanti quando ci trovammo di fronte ad una sorta di lago acido. In molti vennero letteralmente squagliati; io riuscii a passare sopra i loro cadaveri prima che si liquefacessero ed arrivare dall’altra parte proseguendo la mia corsa fratricida.

Più la mia energia cresceva più diventavo feroce. 

Per lo sforzo a molti di noi esplodeva la testa. L’esplosione era così rapida che la pressione li faceva afflosciare completamente. I loro liquidi corporei mi inondavano e mi ricaricavano.

Prima di infilarmi in un condotto strettissimo, con movimenti nervosi e isterici mandai a sbattere verso delle pareti appuntite centinaia dei miei fratelli. L’inerzia di quella spinta mi fece entrare dentro quel passaggio angusto, e la velocità mi permise di uscirne quasi subito.

Malgrado tutto, attorno a me c’era ancora troppa vita. Nonostante mi sentissi in forze percepivo nei miei movimenti una sorta di costrizione. Un liquido gelatinoso mi aveva quasi immobilizzato. Guadagnavo spazio con un impeto che poteva essere solo legato alla disperazione degli ultimi gesti.

In quell’istante percepii che la maggioranza di noi non ce l’aveva fatta.

L’energia dei morti mi nutriva. Riuscii ad espellermi da quella fanga gelatinosa e come un forsennato mi rimisi in carreggiata verso la ricompensa. 

Ci ritrovammo in una specie di campo dove finissimi tentacoli stritolavano chiunque si fermasse.

L’altezza dei tentacoli non ci permetteva di avere alcuna visuale, dovevamo muoverci di continuo senza sapere quale fosse la giusta direzione.

Strisciavo senza sosta. Rimanendo bassi la sensibilità di questi mostri tentacolati era minore.

Non sapevo se fosse la fortuna ad aiutarmi o una sorta di atavica memoria cellulare.

Tutto era così sconosciuto alla mia parte razionale quanto era noto alla mia parte ancestrale.

Eravamo rimasti in pochi, e anche quei pochi continuavano a cadere. Mi colpiva quella sorta di sfinimento privo di agonia; l’energia per rimanere vivi prosciugava la possibilità del dolore. In quel frangente non c’era spazio se non per l’essenziale.

Ci ritrovammo in una camera all’apparenza priva di pareti; galleggiavamo nell’infinito e solo in fondo una sorta di luce tachicardica ci indicava la direzione ma ci ingannava sulla distanza. 

A tratti una forte corrente ci scaraventava per ogni dove, mentre dei minuscoli esseri scuri si avvinghiavano al corpo di alcuni dilaniandoli con piccoli e chirurgici morsi. 

Avanzavo lentamente e schivavo quei mostri famelici partoriti da chissà quale madre. Mentre mi avvicinavo beneficiavo di correnti rigeneranti che mi restituivano vigore. Avanzavo e schivavo.

Io e pochi altri approdammo ad una sorta di guscio rugoso che presentava delle piccole fessure. Ognuno con irruenza cercava di insinuarsi tra quelle fenditure. Alcune si richiudevano così velocemente da decapitare la maggior parte di noi. Trovai un varco, riuscii inizialmente ad infilarci solo la testa, con la pressione del corpo e piccoli e disperati movimenti ruppi alcune parti del guscio ed entrai. Le pareti stringevano. Stavo morendo, lo stato di costrizione non mi permetteva di tornare indietro, dietro di me il passaggio si richiudeva velocemente.

Avanzavo e morivo. Ero ancora uno dei pochi ma non l’unico. E solo uno sarebbe sopravvissuto. Con un movimento rotatorio dettato dalla frustrazione venni fuori da quella crepa asfissiante.

Le forze mi abbandonarono. Fluttuavo in una sorta di magma luminoso. Arrivai sul fondo e caddi in uno stato di abbandono. Fui subito avvolto da radici accecanti. Un’ondata di calore mi avvolse. Ero vivo. No qualcosa di più. Avevo vinto. Stavo cambiando. Ero energia pura. Ero Dio.

Nove mesi dopo, Martedì 3 Marzo 2020, alle ore 21:20 nasceva Pietro.

Pronti Via. 

Sapevamo che dovevamo farci trovare pronti ma la brutalità di quel momento ci colse tutti impreparati. 

Come un fluido venimmo trascinati verso un canale molto stretto. Un’ondata di calore e strani esseri mietevano già migliaia di vittime. La velocità degli eventi e la necessità disopravvivere non ti davano la possibilità di cogliere l’intensità macabra della situazione.

La ferocia dell’attimo ci trasformava in bestie fuori di senno.

Tutt’attorno la morte era l’unico scenario plausibile.

Molti per sfinimento si fermavano e morivano senza neanche la forza di un ultimo spasmo.

Io andavo avanti. Come una furia cieca percepivo un richiamo energetico che mi indicava la strada.

Gli sbalzi termici, qualora avessi sbagliato zona mi avrebbero fatto fuori in un niente.

Non ci avevano dato nessuna scelta, eravamo al posto sbagliato al momento sbagliato. 

Quel rumore, quegli smottamenti improvvisi, quella strana tempesta di fluidi e la violenza di quella partenza obbligata mi avevano fatto capire che tutti dovevano morire affinchésolo uno potesse sopravvivere. E quell’unico dovevo essere io.

Percepii un’atavica freschezza che mi permise, davanti ad una muraglia viscida e piena di quelle strane creature che ci fagocitavano, di arrivare agevolmente sino alla cima. 

Non potevo esserne certo ma era come se le migliaia di morti ci trasferissero la loro forza.

Eravamo ancora tanti quando ci trovammo di fronte ad una sorta di lago acido. In molti vennero letteralmente squagliati; io riuscii a passare sopra i loro cadaveri prima che si liquefacessero ed arrivare dall’altra parte proseguendo la mia corsa fratricida.

Più la mia energia cresceva più diventavo feroce. 

Per lo sforzo a molti di noiesplodeva la testa. L’esplosione era così rapida che la pressione li faceva afflosciare completamente. I loro liquidi corporei mi inondavano e mi ricaricavano.

Prima di infilarmi in un condotto strettissimo, con movimenti nervosi e isterici mandai a sbattere verso delle pareti appuntite centinaia dei miei fratelli. L’inerzia di quella spinta mi fece entrare dentro quel passaggio angusto, e la velocità mi permise di uscirne quasi subito.

Malgrado tutto, attorno a me c’era ancora troppa vita. Nonostante mi sentissi in forze percepivo nei miei movimenti una sorta di costrizione. Un liquido gelatinoso mi aveva quasi immobilizzato. Guadagnavo spazio con un impeto che poteva essere solo legato alla disperazione degli ultimi gesti.

In quell’istante percepii che la maggioranza di noi non ce l’aveva fatta.

L’energia dei morti mi nutriva. Riuscii ad espellermi da quella fanga gelatinosa e come un forsennato mi rimisi in carreggiata verso la ricompensa. 

Ci ritrovammo in una specie di campo dove finissimi tentacoli stritolavano chiunque si fermasse.

L’altezza dei tentacoli non ci permettevadi avere alcuna visuale, dovevamo muoverci di continuo senza sapere quale fosse la giusta direzione.

Strisciavo senza sosta. Rimanendo bassi la sensibilità di questi mostri tentacolati era minore.

Non sapevo se fosse la fortuna ad aiutarmi o una sorta di atavica memoria cellulare.

Tutto era così sconosciuto alla mia parte razionale quanto era noto alla mia parte ancestrale.

Eravamo rimasti in pochi, e anche quei pochi continuavano a cadere. Mi colpiva quella sorta di sfinimento privo di agonia; l’energia per rimanere vivi prosciugava la possibilità del dolore. In quel frangente non c’era spazio se non per l’essenziale.

Ci ritrovammo in una camera all’apparenza priva di pareti; galleggiavamo nell’infinito e solo in fondo una sorta di luce tachicardica ci indicava la direzione ma ci ingannava sulla distanza. 

A tratti una forte corrente ci scaraventava per ogni dove, mentre dei minuscoli esseri scuri si avvinghiavano al corpo di alcuni dilaniandoli con piccoli e chirurgici morsi. 

Avanzavo lentamente e schivavo quei mostri famelici partoriti da chissà quale madre. Mentre mi avvicinavo beneficiavo di correnti rigeneranti che mi restituivano vigore. Avanzavo e schivavo.

Io e pochi altri approdammo ad una sorta di guscio rugoso che presentava delle piccole fessure. Ognuno con irruenza cercava di insinuarsi tra quelle fenditure. Alcune si richiudevano così velocemente da decapitare la maggior parte di noi. Trovai un varco, riuscii inizialmente ad infilarci solo la testa, con la pressione del corpo e piccoli e disperati movimenti ruppi alcune parti del guscio ed entrai. Le pareti stringevano. Stavo morendo, lo stato di costrizione non mi permetteva di tornare indietro, dietro di me il passaggio si richiudeva velocemente.

Avanzavo e morivo. Ero ancora uno dei pochi ma non l’unico. E solo uno sarebbe sopravvissuto. Con un movimento rotatorio dettato dalla frustrazione venni fuori da quella crepa asfissiante.

Le forze mi abbandonarono. Fluttuavo in una sorta di magma luminoso. Arrivai sul fondo e caddi in uno stato di abbandono. Fui subito avvolto da radici accecanti. Un’ondata di calore mi avvolse. Ero vivo. No qualcosa di più. Avevo vinto. Stavo cambiando. Ero energia pura. Ero Dio.

Nove mesi dopo, Martedì 3 Marzo 2020, alle ore 21:20 nasceva Pietro.

Simone Lentini

3 marzo 2020


Opinione dei lettori

Commenta

La tua email non sarà pubblica. I campi richiesti sono contrassegnati con *



Questo sito utilizza cookies per migliorare la tua esperienza di navigazione. Info

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi