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Rio Grande, di Simone Lentini

Scritto da il 18 Gennaio 2020

Il fiume in quel tratto sembrava calmo. Lo avevano avvertito di prestare molta attenzione a dove metteva i piedi perché alle volte la corrente poteva trarre in inganno.

Si accertò che la figlia si fosse ancorata a lui. Per maggior precauzione le indicò di infilarsi sotto la sua maglietta in modo da creare una sorta di sacco.

Con la coda dell’occhio scorse sua moglie che cauta e guardinga non aveva ancora iniziato a guadare il fiume.

Non se ne preoccupò. A dispetto della sera precedente si sentiva sicuro e nell’arco di qualche minuto avrebbero raggiunto tutti e tre la sponda opposta. Una nuova vita lo attendeva. Esasperato dall’attesa e dall’impossibilità di chiedere asilo, aveva deciso di attraversare il fiume per poi oltrepassare il confine con gli Usa.

Pensò a sua madre, che lo aveva implorato di non partire o almeno di lasciare la piccola con sé.

No, lui doveva provarci, voleva dare alla sua famiglia una possibilità.

Arrivato quasi a metà perse improvvisamente il contatto con il fondo, cominciò a nuotare per mantenere il collo ben oltre fuori dall’acqua e permettere alla figlia di respirare comodamente. Non riusciva più a scorgere la moglie anche se la sentiva urlare. Poche bracciate e sarebbe stato dall’altra parte.

Si accorse che la corrente in quel tratto trasportava con sé muri d’acqua. Cominciò ad avvertire un senso di frustrazione e una certa fatica perché, nonostante gli sforzi, si accorse che non riusciva ad avanzare. Con una mano cercò le braccia della figlia mentre il respiro si faceva sempre più difficoltoso. 

Un piccolo crampo al polpaccio gli provocò un sussulto che cercò di mascherare per non spaventare la sua bambina. Sentì la figlia stringere con ancora più forza il suo collo; avvertiva la tensione nei suoi gesti. Gli disse di non preoccuparsi. Quella sicurezza che pochi minuti prima gli aveva fatto immaginare una vita diversa cominciava a vacillare. In quel tratto il fiume sembrava molto profondo. Rapidamente, come fosse una grande mano, si sentì strattonare dal basso; avvertiva un flusso rapido e costante attorno alle proprie gambe. Con la voce smorzata cominciò a chiamarla per accertarsi che tutto andasse bene. Lei rispondeva serrando il suo abbraccio.

La paura cominciava ad annebbiare le proprie percezioni e non riusciva più ad essere padrone dei movimenti. Il pensiero che qualcosa di sinistro stesse per mettere a repentaglio la vita della figlia gli provocò dei conati mentre con un impeto insperato e scoordinato cercava invano di guadagnare l’altra riva del Rio Grande.

Qualcosa di non identificato urtò con violenza la gamba destra, un urlo isterico uscì dalla sua bocca che stava cominciando ad ingoiare quella putrida acqua fangosa. A tratti dalla gamba avvertiva delle scosse. Ebbe paura di perdere i sensi. Non se lo poteva permettere; aveva sua figlia aggrappata sulla schiena.

Quando finalmente riuscì a toccarsi la gamba sentì un osso fuoriuscire da sotto il ginocchio.

La corrente nel sottosuolo trascinava come proiettili qualsiasi cosa.

Quella mano che lo tirava verso il basso non mollava la presa. Di continuo richiamava l’attenzione della figlia. Cercò ancora di portare il collo ben fuori dall’acqua ma le forze lo stavano abbandonando.

Delirava, mentre piangeva cominciò a chiedere scusa a quella fragile creatura che stringeva le sue spalle.

Finché poteva sentire la sua presa poteva essere sicuro che fosse viva.

Non riusciva più a capire quale parte del fiume dovesse raggiungere, ansimava, sentiva un peso sul petto, con la sola gamba sinistra non riusciva più a dare una spinta. Aveva perso la cognizione del tempo.

Ad un tratto sentì dietro le sue spalle un peso troppo statico, privo di controllo, le piccole braccia avevano smesso di stringere. Con la coda dell’occhio riuscì a vedere il capo della sua piccola ciondolare. Cercò di girarsi per abbracciarla, per sentire il suo respiro, per guardarla negli occhi. 

Aveva perso. Sua figlia era morta. Il dolore lo uccise prima che smettesse di vivere. Quella grossa mano lo tirò a sé e lui non oppose resistenza.

Era il 27 Giugno 2019. Quando Piero quella mattina aprì il suo smartphone per leggere le notizie, vide subito la foto. I due corpi riversi a faccia in giù di un padre e una figlia, ancora abbracciati, immersi nell’acqua fangosa di un canneto.

Fissava quella foto. Si perse nei particolari. Non riusciva a chiudere. C’era qualcosa che lo inchiodava.

In tutto il mondo i leoni da tastiera urlarono al fallimento dell’umanità.

Per quanto fosse una frase vera la considerò un’affermazione troppo comoda, adatta ai codardi.

Gli venne in mente “La Canzone del Maggio” di De Andrè. Il ritornello suonava “Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Nessuno escluso.

Simone Lentini

14 gennaio 2020


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