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Totò, Luana e la sicurezza sul Lavoro

Scritto da il 11 Maggio 2021

Cosa centra, si potrebbe chiedere qualcuno, il comico Antonio De Curtis, in arte Totò, con la 24enne, recente vittima del lavoro. Eppure i clickbait che si sono susseguiti a quel “genere” di morte mi hanno fatto riandare alla famosa poesia del grande Totò, allorché divenne universalmente definita quel fine vita come “la livella”. Una grandiosa metafora cui nessuno può sfuggire, una incontrovertibile verità che rende “giustizia” ad ogni soggetto, marchese di Sordiana memoria, cavaliere o semplice ed anonimo proletario. Le cronache di questi ultimi giorni ci hanno aggiornato sulle morti sul lavoro. Una di queste è stata la giovane operaia del mondo tessile pratese, quella Luana D’Orazio rimasta tritata dal cilindro della macchina che ella stessa avrebbe dovuto governare. Non credo vi sia stata tanta insensibilità da non aver addolorato chiunque evento tragico e modalità di quella vittima. Comprensibilmente i riflettori mediatici si sono accesi sulla ragazza, l’ennesimo decesso sul posto di lavoro. Trasmissioni di approfondimento e show che, tuttavia, sono sembrati eccessivi e non meno che morbosi. Non altrettanta attenzione è stata dedicata in altra occasione ad altro operaio rimasto vittima del “lavoro” a cui aveva dedicata la sua vita e alla “sua” fabbrica, forse difettosa, ha sacrificato i suoi 62 anni. Beninteso, nessuna invidia. Ma il diverso trattamento ha, comprensibilmente, suscitato il risentimento di una figlia di quell’operaio, la cui morte appunto è stata ricordata “nel silenzio di tre righe anonime”. Non possiamo che rilevare che ogni morte conta, ma talvolta qualcuna conta di più. Non certo nella convinzione universale, ma nel mondo dei social fa sempre più capolino una tal visione. Eppure, interpretando l’insuperato Totò, la morte toglie alla solidarietà e società dei viventi un “capitale umano”, indipendentemente da ogni possibile suo parametro. Nel caso di Luana, come in quello dell’operaio che ha lasciato un vuoto prospettico nella famiglia di appartenenza, una leggerezza o una macchina difettosa ha “tradito” due suoi addetti, che da quelle prestazioni lavorative ricavavano il necessario per tirare avanti. Ora, al di là della differente attenzione che a certe morti i fari mediatici riservano, bisognerebbe dedicare molto ma tanto più tempo per riflettere sulla condizioni di sicurezza che vanno assicurate agli addetti, qualsiasi sia la mansione e finzione di una catena di montaggio di un opificio. E qui non ci son belli o brutti, buoni o cattivi che tengano per garantire a ciascuno la sicurezza di poter rientrare nel proprio calore domestico e ad esso continuare a dare un sorriso per un “diritto al lavoro” che non tradisce alla minima ed involontaria distrazione. Un giornalismo di approfondimento e profondamente “umano” deve spingere per quel tipo di garanzie, con o senza la spinta di una organizzazione sindacale. Voi, lettori, come la pensate sul tema ?

Alberto Volpe


Opinione dei lettori

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